sabato, 28 gennaio 2012

Se la strada non è dritta

Stamattina in classe ancora un suggerimento per una breve canzone sull'amicizia con le immagini di Toy Story.

giovedì, 26 gennaio 2012

Incontro

"L'incontro tra due persone religiose, pur se di diversa religione, è un incontro di due persone che si scoprono innamorate della stessa realtà"

Card. Carlo Maria Martini

martedì, 24 gennaio 2012

...

E all'improvviso ti ritrovi a coniugare presente e futuro al passato. Ciao e grazie Roberto

lunedì, 23 gennaio 2012

Lavoro minorile e Unicef

Lavoro minorile

UNICEF_HQ07_1217_Shehzad_No.jpgNel mondo sono più di 150 milioni i bambini intrappolati in impieghi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione. Il fenomeno del lavoro minorile è concentrato soprattutto nelle aree più povere del pianeta, in quanto sottoprodotto della povertà, che contribuisce anche a riprodurre. Tuttavia, non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo. Da sempre l'UNICEF combatte la piaga del lavoro minorile, e lo fa sulla base di una posizione che tiene conto della natura complessa del fenomeno e delle condizioni concrete in cui versa l'infanzia sfruttata. In particolare, l'UNICEF considera la differenza tra child labour - sfruttamento economico in condizioni nocive per il benessere psico-fisico del bambino - e children's work, una forma di attività economica più leggera e tale da non pregiudicare l'istruzione e la salute del minore.

Le forme peggiori del lavoro minorile

Secondo i dati dell'ILO, nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi. E' il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o che fabbricano bracciali di vetro in India. Tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l'impiego di tutti qui bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. Nella sola città di Dakar, capitale del Senegal, sono 8.000 i bambini che vivono come mendicanti. Altra faccia di questa tragica realtà è lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, che coinvolge un milione di bambini ogni anno. Se le varie tipologie di lavoro minorile posson essere in qualche modo quantificate, una più di altre è caratterizzata dall'invisibilità e sfugge a una valutazione statistica: si tratta del lavoro domestico e familiare, in cui sono impiegate soprattutto le bambine. Che si tratti di lavoro in casa di altri (lavoro domestico) o in casa propria (lavoro familiare), per le bambine esso diventa spesso una vera e propria forma di schiavitù, che le costringe a vivere nell'incubo della violenza e dell'abuso.

Comprendere il lavoro minorile

Con l'obiettivo di individuare soluzioni efficaci e di lungo periodo alla problematica del lavoro minorile, l'UNICEF, in collaborazione con l'ILO-IPEC e la Banca Mondiale ha avviato lo Understanding Children's Work (UCW), un progetto di ricerca che ha consentito di "fotografare" con precisione la realtà del lavoro minorile in diversi Paesi in via di sviluppo, orientando così le strategie finalizzate ad affrontare il problema. L'UNICEF riconosce che i principali interlocutori utili alla comprensione del fenomeno del lavoro minorile sono gli stessi bambini lavoratori. Per questo, in Italia, la nostra organizzazione aderisce alle iniziative promosse dal Coordinamento sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza (PIDIDA) e ospita o promuove gli incontri periodici dei ragazzi lavoratori riuniti nel movimento NAT's (niños y adolescentes trabajadores). Dare voce ai bambini vittime del lavoro consente alle organizzazioni internazionali di capire meglio il fenomeno, e migliorare gli interventi a favore dei bambini. In effetti a partire dal 2002 si è verificata, sopratutto in America Latina e Caraibi, una diminuzione del 26% del numero di minori impiegati in lavori pericolosi. Progressi più lenti si registrano invece in Africa Subsahariana (dove sono ancora 69 milioni i bambini impiegati in varie forme di child Labour) e in Asia, dove i bambini lavoratori sono 44 milioni. Affrontare il problema del lavoro minorile è di fondamentale importanza anche ai fini del raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio 1 (eliminazione della povertà estrema) e 2 (raggiungimento dell'istruzione primaria universale).

Fonte Unicef

Un Dio cattolico?

"Non puoi rendere Dio cattolico, perché Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo"

Card. Carlo Maria Martini

sabato, 21 gennaio 2012

Conta su di me

Stamattina in I una ragazza ha proposto questo video per dire cosa significa per lei l'amicizia. Che bello! L'ho trovato significativo e molto delicato. Grazie per avercelo fatto scoprire :-)

L'outing di Apple

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Il 13 gennaio la Apple ha rivelato per la prima volta l'elenco delle circa 150 aziende che lavorano per la mela. Emergono in vari stabilimenti casi di sfruttamento del lavoro, orari inadeguati, lavoro minorile, test di gravidanza somministrati alle operaie (è successo in 24 fabbriche), danni ambientali e assenza di norme sulla sicurezza. Ecco l'articolo di Davide Orecchio per intero.

giovedì, 19 gennaio 2012

La maggiore

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Eugenio Finardi presenterà al prossimo Festival di Sanremo una canzone dal titolo “E tu lo chiami Dio”. Ecco l'intervista di Gigio Rancilio presa dalla rete.

Appena finisce l’ascolto di E tu lo chiami Dio, il brano che Finardi porterà a Sanremo, volto la testa verso Eugenio e lo trovo in lacrime. Se non lo conoscessi da oltre vent’anni, penserei a un colpo di teatro o a un gesto di vanità dell’artista che si commuove davanti alla propria bravura. Ma siccome lo conosco, so che la sua commozione è sincera. E non autoreferenziale. «Adoro il modo in cui Boccadoro l’ha orchestrato. C’è quel passaggio di oboe che mi commuove». Il brano è molto intenso e Finardi lo canta in maniera splendida. «Se l’avessi cantato in Sol avrebbe fatto ancor più effetto. Ma sarebbe suonato deprimente. Ho scelto il La maggiore perché è la tonalità di apertura verso gli altri». Ecco: E tu lo chiami Dio è un abbraccio in musica. E un invito a chi crede a usare la fede per unire e migliorare il mondo e non per dividerlo.
Provoco Eugenio: è un bel paradosso dei nostri tempi che a cantare a Sanremo il valore delle fedi sia un’artista non credente. «No, perché tanti non credenti come me, si interrogano molto spesso su Dio. Noi musicisti abbiamo da sempre un rapporto speciale con la trascendenza. Io, poi, è da quando sono bambino che frequento il repertorio sacro».
D’accordo, ma chi te l’ha fatto fare di affrontare un tema così delicato? «Il merito è di Roberta Di Lorenzo, una cantautrice di origini molisane. Tempo fa mi si era proposta come corista. Non mi convinceva, ma quando ho sentito le cose che scriveva ho deciso di produrre il suo primo album. È lei l’autrice del pezzo».
Vuoi dire che non è nato come una «furbata» Sanremese? «Io furbate non ne faccio. Da anni vado avanti per la mia strada. Da indipendente. Faccio dischi dedicati al fado, concerti con brani sacri, album di blues, uno spettacolo su Vysotsky, la voce narrante in un opera per la Scala, concerti per non udenti. Faccio solo cose di valore e che mi piacciono. Non inseguo più il successo. Uso l’arte per stare bene e far star bene. Ci hai fatto caso a quali sono le parole più importanti della musica?»
No, quali sono? «Accordo, armonia, concerto. Tutti termini che indicano l’unione, la concordia, lo stare insieme. Tutti termini che sono legati profondamente anche alle fedi. Perché Dio, il vero Dio, è come l’amore. E senza l’amore si vive male. E si vive soli. Ma la fede, come l’amore, è un dono. Per questo anche se non credi non puoi non provare un senso di afflato con l’assoluto. Pensa che prima di accettare la proposta di Morandi di portare questo brano a Sanremo mi sono chiesto: non è che sto nominando il nome di Dio invano?».
E cosa ti sei risposto? «Che questo brano è esattamente contro chi nomina invano Dio e chi usa la fede, qualunque fede, come un'arma».
Di questi tempi anche la laicità viene spesso brandita come un arma contro la fede. «È vero. Ed è assurdo. Viviamo tempi così difficili che dobbiamo fare tutti uno sforzo per guardare in alto. Per alzare il livello dei nostri pensieri e dei nostri dibattiti. Questa canzone potrà piacere o meno, ma punta in alto. È un invito a trovare punti di unione invece che di divisione».
A luglio compirai 60 anni: che effetto ti fa questo traguardo? «Da tempo accetto l’età che ho. Non mi tingo i capelli, non nascondo le rughe e non mi vesto in modo strano. Non cambio ciò che sono. E non ho paura dei 60 anni. Diciamo che, arrivato a questo punto, mi affido. Come un credente».
Cosa ti aspetti da Sanremo: non vorrai vincere come Vecchioni l’anno scorso? Non ci penso nemmeno a vincere. E non era nei miei programmi andare a Sanremo. È successo per caso. Dal Festival mi aspetto una cosa molto semplice. Forse, piccola. Ma non banale. Oggi mi sono fermato in un bar e la barista dopo avermi riconosciuto mi ha chiesto se mi ero ritirato. Sai, a furia di album di fado, concerti sacri e album blues, il grande pubblico ha perso i contatti con me. Ecco: vorrei che Sanremo dicesse al grande pubblico che Finardi è vivo, fa ancora musica e sta molto bene.

mercoledì, 18 gennaio 2012

Trovate la vostra voce

"... è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo ci dovete provare. Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate, figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare, cercate nuove strade…" (prof. Keating)

Il mio dovere

Prendo dal sito di Avvenire un articolo di Riccardo Michelucci in cui si racconta la storia dell'iraniano Sardari che riuscì a salvare centinaia di ebrei dalle mani naziste.

Abdol-Hossein-Sard_2091010b.jpgEra il VI secolo avanti Cristo, quando Ciro il Grande salvò la vita agli ebrei deportati a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme. L’editto dell’imperatore persiano li liberò e li fece rientrare in patria, consentendo loro anche la ricostruzione del tempio. Quella lontana vicenda, tramandata nei secoli anche dal profeta Isaia, era ben chiara nella mente del diplomatico iraniano Abdol-Hossein Sardari, quando si ritrovò nelle mani la sorte di migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il diplomatico di religione islamica riuscì a usarla per far credere ai nazisti che gli ebrei iraniani, da lui ribattezzati Djuguten, erano in realtà i discendenti di una setta convertita all’ebraismo all’epoca dell’imperatore Ciro, e che per questo non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Da responsabile della missione diplomatica di Teheran nella Parigi occupata dai nazisti, Sardari usò la storia antica per ingannare gli uomini della Gestapo e per salvare gli ebrei iraniani dalla persecuzione e dai campi di sterminio. Con la sua abilità di avvocato riuscì a garantire loro un trattamento speciale sfruttando le contraddizioni insite nelle leggi razziali, mentre in Germania gli "esperti" di tali questioni cercavano di verificare la sua teoria senza giungere a una conclusione univoca. Poi si spinse oltre, compilando personalmente passaporti falsi, impiegando a questo scopo anche le proprie finanze personali e mettendo a rischio la propria vita. Quando Adolf Eichmann in persona, alla fine del 1942, scoprì e denunciò la geniale macchinazione, circa duemila ebrei, non solo iraniani, erano già riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto del giovane diplomatico. Sardari è uno dei tanti eroi rimasti a lungo nell’oblio, com’accaduto ad Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci e a tanti altri. Il primo a ricostruire la sua vicenda, una decina d’anni fa, è stato suo nipote Fereydoun Hoveyda, anch’egli un noto diplomatico (partecipò tra l’altro alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948). Sono stati i suoi ricordi a innescare il lavoro di Fariborz Mokhtari, ricercatore al Centro di studi strategici sul Vicino Oriente di Washington, che è recentemente confluito nel libro Lion’s Shadow, appena uscito in inglese.
Quella di Sardari è una storia degna di un copione cinematografico: dopo l’invasione della Francia, a lui si rivolse la comunità degli ebrei iraniani che viveva a Parigi. L’Iran, ufficialmente neutrale, aveva interesse a mantenere rapporti commerciali con la Germania e i nazisti avevano dichiarato l’Iran una nazione ariana e compatibile, dal punto di vista razziale, con la Germania. Il diplomatico usò allora la sua influenza e i contatti per esentare i suoi connazionali di religione ebraica dalle leggi razziali, sostenendo che i cosiddetti
Djuguten non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Richiamato in patria nel 1941 dopo l’invasione anglo-sovietica dell’Iran, decise di rimanere in Francia al loro fianco, senza stipendio e senza protezione, per proseguire il suo piano e salvare centinaia di esseri umani. Come Eliane Senahi Cohanim, che aveva solo sette anni quando riuscì a scampare alla deportazione insieme alla sua famiglia, grazie ai passaporti falsi e ai documenti di viaggio forniti da Sardari. «Mio padre ripeteva sempre che se ce l’abbiamo fatta è stata solo per merito suo», ricorda la donna, ormai quasi ottantenne. Tra le tante testimonianze e gli inediti d’archivio citati o riprodotti nel libro di Mokhtari, c’è anche la lettera con la quale Eichmann definisce la tesi di Sardari «il solito trucco degli ebrei», un documento citato anche negli atti dello storico processo all’architetto dell’Olocausto. Ciononostante, per decenni la Storia si è dimenticata di un eroe politicamente scorretto sia per gli arabi che per gli ebrei, e a lungo si è cercato di cancellarne la memoria. Nel dopoguerra Sardari non ricevette alcun riconoscimento, mentre la rivoluzione khomeinista lo spodestò della pensione e di tutte le sue proprietà, facendolo morire povero e sconosciuto a Londra, nel 1981.
«Non ho fatto nient’altro che il mio dovere, che era quello di salvare gli iraniani. Tutti, anche quelli di fede ebraica», ebbe modo di spiegare. Prima di essere celebrato in questo libro, il suo coraggio era stato ricordato nel 2004 con un riconoscimento postumo conferito dal Centro Simon Wiesenthal. Invece il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, anche a causa delle tensioni tra Israele e Teheran, non ha ancora deciso di annoverarlo tra i "Giusti dell’Islam". Eppure la sua vicenda, figlia di una cultura millenaria del rispetto e della tolleranza, rappresenterebbe una risposta chiara e inequivocabile al negazionismo del presidente iraniano Ahmadinejad.

 

martedì, 17 gennaio 2012

Il Comandante

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Prendo dal sito di Ferdinando Camon la sua riflessione su quanto successo all'isola del Giglio.

“Cosa dice il comandante della Costa Concordia in segreto, come se parlasse a se stesso, quando il disastro è ormai chiaro, la nave è squarciata e imbarca acqua, ogni pericolo si fa reale, morti, dispersi, affondamento, inquinamento, che cosa dice? Solo, in disparte, col cellulare in mano, sta parlando con un amico lontano, e uno dell’equipaggio lo sente mormorare: “Stavolta perdo tutto, la mia carriera finisce qui”. Cosa vuol dire “tutto”? Il comando. Questa è una tragedia causata dall’“ebbrezza del comando”. Un comando assoluto, com’è quello di un capitano sulla nave. Un comando al quale si può sottrarsi col più traumatico e pericoloso dei modi: l’ammutinamento. È per mostrare il comando, l’ebbrezza del potere, che il capitano ha guidato la nave fin sopra gli scogli. Fino a 900 metri dalla costa la nave fu guidata dagli strumenti, a 900 metri il capitano afferrò il timone (che qui è un joystick) dicendo: “Adesso comando io”. E puntò verso la riva. La distanza dalla riva quand’è avvenuto l’urto sulla punta aguzza dello scoglio è stata misurata ieri: si tratta di 92-96 metri. Una sfida mortale. Un record. Il comandante voleva firmare questo record. In una di quelle case doveva esserci (ma in quel momento non c’era) un altro comandante come lui, che era stato il suo precedente comandante, su una nave sorella di questa. Era una specie di “visita a domicilio”. Uno dei piaceri che dà il potere è questo: poterlo mostrare. L’esibizionismo. Tra potente e potente si crea un legame di clan, fatto di omaggi. Chi seleziona i candidati al comando è questo che dovrebbe esaminare: se il candidato pecca di questo peccato, il vanto del potere. Se ha questo peccato, è pericoloso per coloro su cui ha potere. A un certo punto qui s’impose la scelta: conservare l’orgoglio e lasciar perdere tutto, o umiliarsi e salvare le vite altrui. Il comandante fece la prima scelta. Per 40 minuti mentì a tutti, dichiarando che non c’erano pericoli. Se avesse ammesso l’errore e il dramma, e dato l’ordine di evacuazione, i marinai dicono che si sarebbero potuti salvare tutti, perché si sarebbero calate le scialuppe da ambedue le murate, ancora dritte. Ma quanto più alto è l’esibizionismo del potere, tanto più difficile è piegarsi all’umiliazione, ammettere l’errore, contraddirsi. Qui il capitano non lo fece mai. L’equipaggio ha una doppia obbedienza: una al comandante e l’altra alla nave e a chi c’è dentro. La seconda obbedienza sta al di sopra della prima. Un gruppo di ufficiali in seconda decise l’evacuazione 13 minuti prima che la decidesse il capitano. Quando un comandante sbaglia palesemente e gravemente, qualunque soldato può disobbedirgli. Nei film vediamo comandanti ubriachi rivelare ordini segreti nell’imminenza di un’operazione, e la ronda arrestarli. La ronda è composta di soldati semplici. Sulla “Concordia”, il gruppetto di ufficiali in seconda che prese decisioni in contrasto col comandante superiore, tecnicamente commise un ammutinamento. Ma poteva e doveva farlo. Visto che il comandante aveva abbandonato il posto di comando, e si era messo in salvo su una scialuppa, la Capitaneria di porto lo degradò, impartendogli ordini: “Torni sulla nave”. Il comandante non obbedì, preferì tenersi in salvo. Anche questo è un ammutinamento. Questo naufragio del Giglio è segnato da due ammutinamenti. Ma tra i due ammutinamenti c’è una differenza: quello degli ufficiali in seconda fu commesso per eroismo e altruismo, quello del comandante per viltà. A qualcuno son tornati in mente altri naufragi, come il Titanic e l’Andrea Doria. Ma non c’è paragone possibile. L’iceberg che squarciò il Titanic non era certo segnato sulle carte, e il comandante dell’Andrea Doria rimase sul ponte di comando anche dopo che tutti avevan lasciato la nave. I suoi ufficiali dovettero tornare indietro e portarlo via con la forza.”

Mare al mattino

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Ho appena terminato di leggere tutto d'un fiato “Mare al mattino”, l'ultimo libro di Margaret Mazzantini, il regalo di Natale che ho fatto a mia moglie. Mi sono commosso. Parla della Libia, parla della Libia del passato e della Libia del 2011, della Libia dei libici e della Libia degli italiani, parla del Mediterraneo, di quel mare da attraversare, di un mare che può essere vita e speranza ma anche morte e disperazione. Dopo una mezz'ora passata a lasciare decantare le ultime pagine del libro ho sfogliato la rivista Dimensioni Nuove che mi è arrivata ieri per posta e ho trovato un articolo di Patrizia Spagnolo, di cui riporto una parte:

“Ritrovati a bordo di un peschereccio i corpi senza vita di 25 ragazzi morti per asfissia nella sala macchine dell'imbarcazione. Un altro passeggero sarebbe invece stato gettato in mare dopo una colluttazione durante la traversata (1 agosto 2011, Ansa).

Sbarco in Sicilia, tra Sciacca e Ribera, ritrovato morto uno dei passeggeri, un ragazzo egiziano di 15 anni, probabilmente ucciso dall'elica del motore (24 giugno 2011, Repubblica).

Linosa, ritrovato un cadavere tra gli scogli. Probabilmente è uno degli oltre duecento dispersi del naufragio del 6 aprile (13 aprile 2011, Ansa).

Imbarcazione si rovescia in mare durante un'operazione di soccorso a causa del mare in tempesta, a 39 miglia al largo di Lampedusa. Disperse in mare almeno 213 persone, tra cui molte donne e bambini (7 aprile 2011, Repubblica).

Ci fermiamo. L’elenco è incredibilmente lungo, lo potete trovare su Fortress Europe, il blog di Gabriele Del Grande (fortresseurope.blogspot.com) che documenta la morte in mare dal 1988 ad oggi di quasi 18 mila persone, di cui oltre 2 mila nel 2011, basandosi sulle notizie negli archivi della stampa internazionale. Ma il numero è decisamente maggiore, e per quantificarlo bisognerebbe raccogliere le testimonianze di mamme, mogli, figlie, sorelle di coloro che non hanno più fatto ritorno dal lungo viaggio intrapreso verso l’Europa e di cui si sono perse le tracce... Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di ragazzi, giovani. Per tutto il 2011, quasi ogni sera la Tv dava notizia di morti in mare durante il disperato viaggio verso il benessere, il consumismo, le grandi opportunità. O verso un luogo che li proteggesse da persecuzioni, guerre, carestie. Mentre cenavamo scorrevano le immagini di naufraghi recuperati, di barconi sfasciati, di effetti personali a galleggiare sull’acqua, di bambini presi in braccio dai soccorritori… “Poveracci”, commentavamo. Poi cambiavamo canale e la nostra attenzione veniva subita accalappiata da qualche reality show o film. Lo spettacolo deve andare avanti.

… In una lettera pubblicata sul Corriere della sera il 4 giugno scorso, Claudio Magris sottolineava come queste tragedie siano ormai diventate una cronaca consueta cui abbiamo fatto il callo. Consueta al punto da non destare più emozioni collettive. “Questa assuefazione che conduce all’indifferenza – scrive - è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. Forse una delle più grandi miserie della condizione umana – continua Magris – consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali”.Reali per pochi giorni, il tempo che le notizie spariscano dai giornali. E, con esse, la nostra angoscia, cui non è stata data la possibilità di esprimersi e tradursi nel bisogno di non farsi scivolare addosso certi fatti, per sentirsi ancora “vivi” e capaci di emozioni. Quelle emozioni che trascinano verso la solidarietà e la partecipazione.”

lunedì, 16 gennaio 2012

Tunnel of love

Oggi mi faccio un regalo: una delle più belle canzoni dei Dire Straits è stata commentata da Lorenzo Puliti su Il Sussidiario. Eccola qua...

Alcune delle mie migliori composizioni sono nate nei luoghi che frequento solitamente, come pub o per strada […]. L'ispirazione non è una cosa che puoi avere se te ne stai rinchiuso in casa o te ne vai in giro con sei guardie del corpo. Quello non è vivere”. Così Mark Knopfler, cantante, chitarrista e vera anima compositiva dei Dire Straits, in un’intervista rilasciata nel 1987 alla rivista Q, parlò dell’ispirazione, descrivendola come qualcosa di inscindibile dalla vita personale, una vita che richiede di essere vissuta pienamente e da cui non bisogna proteggersi per evitare colpi sgraditi: queste le due condizioni che premettono la creatività. Ecco il resoconto dell’amico musicista Steve Philliphs, che racconta dell’attenzione di Knopfler alla realtà, la vera fonte dell’ispirazione: “Spesso, quando esce di casa, anche solo per andare al ristorante, si porta dietro una borsa tipo pescatore. Dentro tiene un grosso bloc-notes sul quale prende appunti seguendo l’ispirazione del momento. Molte sue canzoni nascono da idee estemporanee che vengono fissate su carta al momento”.
Le canzoni dei Dire Straits, e così pure quelle realizzate per gli album da solista di Knopfler, alludono dunque a fatti accaduti, persone incontrate, circostanze vissute, e sono spesso intrise di riferimenti autobiografici. È questo il caso di Tunnel of love, canzone fra le più celebri dei Dire Straits, pubblicata nel 1980 nell’album Making movies. In un’intervista rilasciata a Melody Maker il cantante e chitarrista ha dichiarato: "La canzone funziona... come spero funzionino la maggior parte di quelle contenute nel disco. Nel testo di Tunnel of love ci sono dei riferimenti all'infanzia. Ricordo che da piccoli andavamo tutti alla fiera della Baia di Whitley". Il testo è così strettamente legato all’infanzia di Knopfler da essere praticamente intraducibile senza un’adeguata conoscenza del contesto. L’ambientazione della canzone è infatti un luna park di Newcastle, dove l’autore era solito andare da bambino, e i molti nomi elencati lungo il pezzo (Waltzer, Sixblade, Switchback, ecc…) non sono altro che nomi di giostre di quella fiera. In altri casi, termini come Rockaway, Steeplechase e Palisades sono nomi di altri parchi di divertimento di New York. La canzone racconta una storia (“una canzone sull’essere innamorati” come la presentava il leader dei Dire Straits durante i concerti) e, come ben sottolineato da Giulio Nannini e Mauro Ronconi, “nel testo viene spesso usato il dialogo in forma diretta, conferendo alla narrazione una dimensione scenica e teatrale”; il racconto è inoltre intervallato da alcuni lampi di riflessione ben contraddistinti musicalmente. La canzone si presenta in una forma piuttosto inusuale: alla consueta successione di strofa, ritornello e bridge (dedicati pressoché interamente alla narrazione) fa seguito un ulteriore periodo musicale che, dal punto di vista del contenuto espresso dal testo, funge da giudizio sull’esperienza raccontata e, nel finale, fornisce lo sfondo per un meraviglioso assolo di chitarra, uno dei più belli della produzione di Knopfler.
Ad aprire la canzone è una citazione dal Carousel waltz di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, celebre melodia d’apertura del musical Carousel del 1945. “Mi ricordo che la ascoltavo alle fiere, ma non sapevo quale fosse il titolo. Un po’ di tempo fa mi sono ritrovato a canticchiarla e chiesi a qualche amico: “La conosci questa?” Tutti sapevano cantarla fino alla fine, ma non ne ricordavano il titolo. Poi sono andato in biblioteche e posti specializzati in effetti sonori e alla fine qualcuno l’ha riconosciuta”. Dopo la citazione da Carousel, tre rintocchi annunciano l’inizio della canzone, che prende vita con pieno slancio, caratterizzata da un riff rock aggressivo, un ritmo travolgente e gli abbellimenti pieni di lirismo della chitarra di Knopfler. Il protagonista della canzone è abbagliato da tutte le attrazioni che può proporgli la vita; l’esistenza è paragonata a un grande luna park dove ogni giostra, con le sue luci attraenti, è “consumata” rapidamente, una dopo l’altra, come una ruota che gira senza mai fermarsi: “Andare matto per i Waltzer, ma è la vita che ho scelto / Cantare del Sixblade, cantare dello Switchback e di una tenda per i tatuaggi […] E la grande ruota panoramica continua a girare / e i neon bruciano là sopra / E sono proprio esaltato da questo mondo”. In questo mondo di continui richiami affascinanti arriva lei, una donna intravista che emerge sullo sfondo (“In un cerchio di facce urlanti / L’ho vista stare in piedi nella luce / Aveva un biglietto per le corse... / Hey, proprio come me, era una vittima della notte / Ho afferrato la leva della slot-machine / e mi sono detto: lasciamola andare / Avevo la febbre da gioco d’azzardo / una freccia mi aveva trapassato il cuore e l’anima”). Il protagonista è affascinato dalla donna e presto il loro incontro si concretizzerà in un’altra “girandola”, un’altra attrazione da vivere intensamente per poi passare a un altro giro di valzer, come spiega bene il ritornello: “Vieni a fare un giretto con me ragazza / sul tunnel dell'amore”, e poi nella strofa successiva: “Lei disse: ‘Sei un perfetto estraneo’, disse: ‘Baby, restiamo così, / E' solo un giretto in giostra”.
Tuttavia, ciò che si era presentato come un ennesimo giro in giostra rivela un’esperienza più profonda, ben sottolineata musicalmente da un nuovo periodo musicale in cui l’attitudine tipicamente rock della strofa e del ritornello lascia il campo a un’inclinazione più distesa. La narrazione si ferma ed emerge il giudizio del protagonista: “Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand’eravamo ragazzi”. La bellezza presentita con la ragazza incontrata è così profonda da far tornare in mente l’infanzia, il periodo in cui Knopfler andava a Spanish City, un luogo che aveva un fascino infinito per lui. Ecco come ne ha parlato in un’intervista rilasciata al giornalista Robert Sandall: "C'era un parco dei divertimenti a Cullercoates, la “città spagnola”, chiamata così perché era un posto esotico. Aveva queste torri bianche che sembravano quasi minareti e tutti la chiamavano Spanish City. C'era anche un altro luna park, che arrivava fuori Newcastle una volta all'anno ed era il più grande parco dei divertimenti d'Europa, mi affascinava in modo incredibile. Amavo tutta quella situazione, era come se mi parlasse, l'odore, il diesel, le caratteristiche macho dei tipi che azionavano l'autoscontro e la musica da valzer”. In qualunque momento della vita, come un chiodo fisso, l’uomo è caratterizzato da una domanda che si esprime quasi inconsciamente con un paragone con la propria giovinezza, il momento in cui tutto nella vita è vissuto come promessa. “Leopardi dice che il termine di paragone continuo dell’uomo è la sua giovinezza. […] è nella giovinezza che tutto sembra un sogno. Nella giovinezza, “dell’arida vita unico fiore”, sta il momento più illusivo, ma nello stesso tempo più corrispondente al desiderio e all’attesa che ha l’uomo” (Giussani). La vita è come un tentativo continuo di tornare a Spanish City, salire in una giostra dopo l’altra alla ricerca di quella bellezza presentita nella giovinezza, ma spesso questo tentativo si accompagna a un’amarezza, una “rimembranza acerba” come diceva Leopardi: “proprio nel centro, nel cuore della sorgente del piacere, scaturisce qualcosa di amaro, una vena d’amaro, che stringa, o che strugga, che strugga il cuore della stessa gioia, nei momenti della gioia, anche nei momenti della gioia (Giussani)".
Eppure, fra le tante attrazioni della vita, il protagonista della canzone sembra aver finalmente trovato o intuito qualcosa che lo riporta ai tempi della giovinezza, così carica di attesa e di promessa (“Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand'eravamo ragazzi”). Dopo un breve intermezzo musicale che preannuncia il ritorno dell’energia iniziale, la narrazione riprende al solito ritmo incalzante: “Si tolse un ciondolo d’argento, disse "Con questo ti ricorderai di me"/ Mi mise una mano in tasca, ricevetti un souvenir e un bacio/ E restai a guardarla andare via tra la polvere e il rombo del motore/ Avrei potuto raggiungerla facilmente ma qualcosa deve avermi trattenuto”. Nonostante l’esperienza vissuta rimane un’ultima resistenza: il protagonista non vorrebbe separarsi dalla ragazza, eppure la lascia andare, qualcosa misteriosamente lo trattiene dal seguirla. Ciò che rimane è allora un’inquietudine, una ricerca quasi spasmodica che ritorna sui luoghi che un tempo promisero al protagonista la felicità: “E ora sto cercando fra queste giostre e i baracconi del luna park / Cercando dappertutto da Steeplechase fino a Palisades/ In ogni tiro a segno dove mi furono fatte promess / Fino a Rockaway, Rockaway, da Cullercoats e Whitley Bay, via fino a Rockaway”.

La canzone si conclude con la ripetizione del periodo musicale più emozionalmente intenso (“Ragazza, mi sembra così bello, come è sempre stato / Come mi pareva Spanish City quand'eravamo ragazzi”), ma stavolta questo giudizio è quasi sussurrato, in tono nostalgico, con la musica che accompagna dolcemente le parole di Knopfler, che sembra contemplare con maggiore attenzione quello che è accaduto. Stranamente, il sentimento dominante del finale non è la tristezza per ciò che è stato perso: nell’assolo conclusivo la chitarra di Knopfler è “più lirica che mai, espressiva più di mille parole” (Nannini e Ronconi), e sembra rivolta più alla bellezza intravista che alla sua perdita. Come se quello che è accaduto avesse fatto presentire un destino grande per sé.

 

sabato, 14 gennaio 2012

Dove manca l'acqua

Da ragazzo, Theodore, te ne stavi lunghe ore 
sulla riva del torbido Spoon
a fissare con occhi incavati la tana del gambero, 
in attesa di vederlo, mentre spinge avanti, 
prima le antenne ondeggianti, come festuche, 
e poi subito il corpo, color steatite, 
gemmato con occhi di gaietto.
E ti chiedevi rapito nel pensiero
cosa sapesse, cosa desiderasse, e perché mai vivesse. 
Ma poi il tuo sguardo si volse agli uomini e alle donne
che si nascondono nelle tane del destino in grandi città,
per veder uscire le loro anime, 
e così capire
come vivessero, e per che cosa, 
e perché s'affannassero tanto a strisciare
lungo la strada sabbiosa dove manca l'acqua 
quando l'estate declina.

(Edgar Lee Masters)

giovedì, 12 gennaio 2012

Gesù alla partita

La storiella di Anthony de Mello che ho letto oggi in classe (presa da Il canto degli uccelli).

Gesù disse di non essere mai stato a una partita di pallone. Così ce lo portammo, il mio amico ed io. Era una feroce battaglia tra i Picchiatori protestanti e i Crociati cattolici. I primi a segnare furono i Crociati. Gesù applaudì entusiasticamente e lanciò in aria il suo cappello. Poi segnarono i Picchiatori. E Gesù applaudì entusiasticamente e lanciò in aria il suo cappello. Un uomo dietro di noi apparve perplesso. Diede un colpetto sulla spalla di Gesù e gli chiese: “Ma tu per chi fai il tifo, mio buon uomo?”. “Io?”, rispose Gesù ormai visibilmente eccitato dalla partita. “Oh! Io non faccio il tifo per nessuno dei due. Sono qui solo per godermi la partita!”. L’uomo si rivolse al suo vicino e sogghignò: “Hmm, un ateo!”

mercoledì, 11 gennaio 2012

Ma tu rimani

Non ho resistito! Quella pubblicata in questo video è un'altra canzone di De André interpretata da Franco Battiato (l'originale si trova tranquillamente su youtube e va ascoltato per il ruolo dei fiati). Va ascoltata con calma, magari al buio o chiudendo gli occhi. Mi emoziona da morire: si parla dello scorrere del tempo, dell'inverno e delle stagioni. Tutto scorre, tutto passa, anche la neve si scioglierà, ma tu, amore, tu rimani... Da brividi!!!

Ricordando Faber

L'11 gennaio del 1999 se ne andava Fabrizio De André. Proprio stamattina, casualmente, ho fatto ascoltare due canzoni sue in due classi diverte. Metto qui sotto “La ballata dell'amore cieco” con cui abbiamo riflettuto sull'amore vanitoso che guarda solo a se stesso e non al bene reciproco... Un post per ricordare uno dei più grandi cantautori della musica italiana.

martedì, 10 gennaio 2012

In quegli occhi, di bambino

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A volte, rileggendo questo pezzettino di Novecento di Baricco (pag. 11-12), mi viene da pensare che sia una descrizione dell'uomo che a un certo punto si accorge di Dio...

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa…e la vedeva. E’ una cosa difficile da capire. Voglio dire…Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio e emigranti, e solo, uno che per primo…la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte…magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni…alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato,muratore, brava persona…prima aveva in mente qualcosa in compensato, poi…gli ha preso la mano, ha fatto l’America. Quello che per primo vede l’America. Su ogni nave ce n’è uno. E non bisogna pensare che siano cose che succedono per caso, no… e nemmeno per una questione di diottrie, è il destino, quello. Quella è gente che da sempre c’aveva già quell’istante stampato nella vita. E quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi, e se guardavi bene, già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare, e a scivolare giù per nervi e sangue e che ne so io, fino al cervello, e da lì alla lingua, fin dentro quel grido AMERICA, c’era già, in quegli occhi, di bambino, tutta l’America. Lì ad aspettare”

lunedì, 09 gennaio 2012

Dio madre

Capita, a volte, di parlare di alcuni argomenti in classe e di tornare a casa e leggere delle cose che calzano a pennello con quanto affrontato la mattina. Così è stato cinque minuti fa... ripensando alla lezione su Hans Jonas nelle quinte

“... Dio forse ha il volto più di una madre che di un padre. E’ molto più donna in quello che genera. Come quando una donna genera un figlio handicappato o gravemente malato, alla fine non può far nulla se non sentire nel suo corpo l’immensa sofferenza per la sofferenza del figlio, vederlo anche morire senza poterci far nulla; forse è così Dio. Forse davvero Dio non è l’Onnipotente che pensiamo noi, ma è Colui che cammina con noi, Colui che genera, ma generando si autolimita, perché c’è il generato con la sua piena libertà. Questo Dio che accetta la debolezza della materia come una donna che ha generato un figlio malato, e cammina con lui, soffre con lui, così penso a questo Dio dal volto materno. Scopro che ci dev’essere una sofferenza immensa in Lui. Forse davvero ha ragione quel poeta peruviano che parlando del suo popolo dice: “Io sono nato un giorno in cui Dio era malato, malato grave.” Forse questo Dio ha bisogno della nostra guarigione per guarire anche Lui, perché Dio ci vuole felici.” (Alex Zanotelli, in La solidarietà di Dio, pag. 11-12)

Indigeni-Chevron 1-0 (per ora...)

Prendo questo articolo di Tancredi Tarantino: si parla del processo intentato contro la Chevron-Texaco in Ecuador.

laoilboyfinal.jpgLa corte d’appello di Sucumbios, nell’Amazzonia settentrionale dell’Ecuador, lo scorso 4 gennaio ha confermato la condanna inflitta in primo grado a Chevron-Texaco per i danni ambientali causati in quasi trent’anni di sfruttamento petrolifero. Una multa da 8.641 milioni di dollari, a cui si aggiunge un 10 per cento a titolo di risarcimento in favore delle popolazioni indigene e l’obbligo imposto al colosso statunitense di chiedere pubblicamente scusa se non vuole vedersi raddoppiata la condanna. Secondo quanto ribadito dai giudici, dal 1964 al 1992 la Texaco, in seguito acquistata da Chevron, ha sversato circa 80 miliardi di metri cubi di rifiuti tossici e scarti di petrolio nei fiumi della foresta ecuadoriana, decimando comunità indigene e culture ancestrali e modificando per sempre un patrimonio unico di biodiversità. Alla lettura del pronunciamento della Corte esulta l’Asamblea de afectados, il comitato vittime che ha promosso la class action, mentre il loro avvocato Pablo Fajardo, premiato nel 2007 dalla Cnn come eroe dell’anno per la battaglia legale portata avanti in Amazzonia, pensa già al prossimo passo. “Useremo tutti gli strumenti legali a nostra disposizione per rendere esecutiva la sentenza – dichiara entusiasta Fajardo – attraverso il sequestro delle raffinerie, il congelamento dei conti corrente all’estero e degli attivi di Chevron”.

Di segno opposto la reazione della compagnia californiana che, attraverso un duro comunicato stampa, fa sapere che la sentenza è soltanto un esempio “della corruzione del sistema giudiziale ecuadoriano”, negando peraltro che l’Ecuador sia uno Stato di diritto.

Un affondo che filtra tra le fitte fronde dell’Amazzonia ecuadoriana. “E’ una vittoria dell’umanità – ribatte un commosso Luis Yanza, fondatore del Fronte di difesa dell’Amazzonia e coordinatore del comitato vittime – una vittoria di tutti contro un gigante che ha investito milioni di dollari per distruggere il paese e questo processo, tentando di corrompere giudici e depistare le indagini”. Rompe il silenzio anche il presidente Rafael Correa, dopo mesi di no comment per non influenzare il giudizio della Corte. “ È una lotta di Davide contro Golia” dichiara soddisfatto il capo di Stato, complimentandosi per la vittoria degli indigeni “nonostante le forze impari messe in campo”.

La partita non è ancora chiusa e Chevron farà certamente di tutto per delegittimare il processo e, con esso, il sistema giudiziario del piccolo paese andino. Ma la favola dei trentamila indigeni che portarono in giudizio una delle sette sorelle del petrolio costringendola al risarcimento e alle pubbliche scuse si fa sempre più realtà.